L’Italia e’ un paese unico. Nell’immaginario internazionale e’ addirittura perfetto. Il luogo dei sogni, dove cultura classica e insofferenze moderne coabitano suscitando quei sussulti che agli occhi del mondo ci rendono imprevedibili ma imperdibili. E’ Il luogo dal clima perfetto, dal cibo impareggiabile il teatro della consolazione artistica al determinismo storico. La quinta di un palcoscenico adatto ad ogni opera teatrale . L’Italia e’ la terra degli ulivi, degli aranci, degli oleandri, delle passeggiate all’ombra dei palazzi rinascimentali. E’ il suono delle campane, il profumo del pesto, la frescura delle chiese, nei pomeriggi assolati, L’Italia e’ lo spazio delle piazze intagliate nelle piccole citta’ medievali, le fontane di acqua fresca L’Italia , è il cattolicesimo l’Italia e’ la matrice dell’occidente che si barcamena ma da anni ha perso l’orientamento . Ecco perche’ quando leggo gli articoli di certa stampa estera sorrido. Sono sempre gli stessi , l’altra faccia delle stucchevoli cartoline alla James Ivory--il danno che provocano è nullo come quello delle solite barzellette sulla italica disorganizzazione neutralizzate dalle operazioni finanziarie della Luxottica o della Fiat. il danno e’ quello che ci facciamo noi, esaltandoli sbandierandoli, facendone argomento di conversazione. E’ un po’ di più dell’italico masochismo quello che fa di un semplice articolo di un giornale inglese l’apertura di un quotidiano nazionale perché rappresenta lo specchio di quello che veramente siamo, campanilistici mai patriottici, strafottenti e profondamente insicuri. Morbidi anzi molli, sempre pronti a cercare qualcuno che combatta le nostre battaglie consumate dietro l’ombra di un eroismo corroso dai secoli come le statue del Savonarola . Le critiche ci fanno crescere, le speculazioni lasciano il tempo che trovano, cio’ che rimane pero’ e’ l’amarezza profonda che le geometrie di oggi, quelle che passano per i quotidiani altrui per colpire noi, siano triangolazioni inconcludenti ben lontane dalle equazioni di Piero della Francesca, le uniche a cui si pensa quando (raramente) all’estero si pensa al nostro paese.








Impietoso giornalismo, spazza via la notizia del momento con l’incalzare della successiva, un decalogo di urgenze che affoga il pubblico nella quotidiana declamazione di certi eventi raccontati a grandi linee e inghiottiti dall’incedere della cronaca—Certe notizie però diventano più pregnanti con il passare del tempo, entrano nella coscienza collettiva e fanno la nostra storia trasformando per sempre la nostra vita—La morte di Micheal Jackson è una di queste. Bambino prodigio, piccolo uomo sfruttato da sempre, ha trasformato il suo talento in un lavoro e la sua genialità in una professione remunerata come mai. Energia pura Micheal, ha cercato da sempre l’immortalità eliminando poco alla volta i suoi tratti somatici riconducibili ad una sola matrice, troppo limitata per il suo incontenibile essere. Il naso, gli occhi, la pelle, il peso, si è cancellato piano piano, nel lungo tempo della sua carriera e della sua crescita di essere umano. Mentre esplodeva di energia si spegneva, componeva uccidendosi, progettava consumandosi, prigioniero di un corpo che non sentiva suo. Michel Jackson ha dato, controverso e contestato ha rivoluzionato il modo di sentire la musica facendola anche vedere con i suoi video-leggendari. Ha fuso più stili creando una generazione di manager della musica che gli devono tutto. Micheal Jackson era indebitato perche’ spendeva, anzi si spendeva-- una parabola riconducibile ad ogni uomo che da al mondo forse di più di quanto il mondo sia capace di dare a lui.