Li frequenti da sempre e non li hai mai potuti cambiare. La loro ideologia e’ una religione coltivata in tenera eta’ e professata con orgoglio – esposta in maniera sempre piu’ asseverativa e dopo tanti anni accetti il loro affetto ma non ne ricambi piu’ la stima. Professano la diversita’ ma sono tutti un po’ uguali. Vivono sobriamente nelle zone piu’ trendy della citta’ possibilmente downtown, quelle dai grandi loft comprati a caro prezzo da persone come loro, abbienti bianche, sorridenti e rigorosamente liberal. Mangiano biologico e parlano francese. Da loro si sorride di Sarah Palin ma seriamente si porta il cane dal nutrizionista e raramente si pagano i contributi per la collaboratrice domestica che tanto e’ “proprio una di famiglia” . Il Party di Natale e’ di rigore e quest’anno si tiene in uno di quei locali con i muri di mattoni che profumano di dolcetto d’Alba , dove le pellicce sono offensive ma le giacche di pashmina e cachemere sono riverse sulle sedie con noncuranza insieme alle cartelle di cuoio e le sciarpe di seta—L’argomento e’ il tripudio di Obama naturalmente, e il suo ultimo atto di revenziale omaggio alla oligarchia politica di questo paese. Il seggio senatoriale a Caroline Kennedy. Figlia eccellente, sobria socialite e nota scrittrice di libri per bambini--vestale di una famiglia dagli eredi infiniti e dagli innumerevoli tentacoli nella societa’ civile americana. Sara’ lei il probabile senatore dello stato di New York, un seggio fra i piu’ prestigiosi tenuto da grandi statisti di stampo democratico prima dell’avvento di Hillary Clinton che si appresta a diventare il nuovo segretario di Stato americano e lasciare vuota la sua appetibile poltrona. “Isn’t it wonderful?” dice R. Occhi stellanti, capelli corti giacca nera mentre porge una tazza con la faccia di Obama, omaggio natalizio al suo vicino di tavolo. Non le rispondo nemmeno, abbiamo frequentato tanti seminari insieme e sa bene come la penso—vibratamente insofferente da sempre dell’ elitismo smaccato di chi si fregia di stare dalla parte dei piu’ deboli. Osservo la tazza e continuo ad ascoltare della splendida Caroline che a mio avviso, senza meriti, probabilmenete diventera’ senatrice. Poi i regali continuano-- hanno quasi tutti un tema, quello della reciproca gratificazione per aver partecipato alla elezione di Obama, sono gadget che ricordano il contributo di ognuno dei partecipanti alla festa alla sua campagna elettorale. Anche io ricevo immeritatamente il mio e lo metto da parte mentre l’odore del vino, per me astemia, diventa insopportabile misto al profumo delle candele alla vaniglia disposte un po’ ovunque. Poi, una folata di aria fresca si fa strada fino a me dalla porta principale del locale e torna a farmi respirare. Si insinua precedendo un barbone in cerca di calore nella notte di Domenica, la piu' gelida dell'anno. Sorry, gli dice suadente R. accompagnondolo alla porta e porgendogli discretamente una banconota, “ It’s a private party” —“I don’t think so”, non credo- le sussurro piano, “It’s his party too”-- Come ai tempi di Columbia R. si fregia della mia amicizia, sorride ai miei interventi ma oggi, come allora, proprio non li capisce.