giovedì, 27 dicembre 2007

bhutto3Avevo in mente un altro  post, fatto di immagini raccolte in vari punti di New York, immagini inusuali prese nei quartieri dove non arrivano i turisti. Ma l'assassinio di Benazir Bhutto si impone su ogni agenda personale. Ecco qui, la fine di una donna coraggiosa, colta, istruita, illuminata.  Ecco la fine di un momento importante non solo per il Pakistan ma per la sicurezza del mondo occidentale. Di lei avevo gia' parlato, la sua figura complessa a tratti controversa, il suo incessante impegno pubblico dettato dall'eredita' familiare e dalla sua vocazione alla politica e al suo paese. Morta di una morte annunciata gia' decine di volte, una morte che lei stessa ha sfidato riproponendosi pubblicamente impavida. Questo assassinio ha un risvolto politico importante, la vittoria dell'islam piu' becero e feroce sulle forze moderate  e i suoi deboli vagiti-- e naturalmente un risvolto morale ed etico--penso al sacrificio, per una idea e per una causa, una causa piu' importante della vita stessa, una causa  che non puo' essere ignorata o disattesa e che purtroppo passera' invece in secondo piano rispetto al cenone di fine d'anno--  Buon proseguimento di feste,  e un abbraccio a tutti -

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martedì, 25 dicembre 2007
san patrics nataleBuon Natale a tutti
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lunedì, 24 dicembre 2007
last minute shopping
postato da: MLRossiHawkins alle ore 14:25 | Permalink |commenti (7)
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sabato, 22 dicembre 2007
vis a vis....
postato da: MLRossiHawkins alle ore 16:23 | Permalink |commenti (14)
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mercoledì, 19 dicembre 2007
lethalinjection

Ad una scena come questa io ho assistito.  Una stanza come questa  io l’ho vista, piu’ di una volta. L’ho visitata, l’ho guardata. l’ho annusata. Si, perche’ ai giornalisti, ad alcuni giornalisti,  viene concesso di visitare il luogo dell’esecuzione capitale prima di coprire l’evento, e oltre al raccapricciante ed incivile rituale di una morte annunciata, decisa e sancita da altri uomini, di quelle stanze ricordo un odore pungente, l’odore  di disinfettante di quell’ambiente sterile e dei lunghi corridoi  senza finestre illuminati a giorno con il neon, che portano li'-- e’ lo stesso odore  nauseante, dei penitenziari ad alta sicurezza  dove sono stata per lavoro, un odore che  riconosco a distanza, lo sento prima sulla pelle, poi mi entra nel  naso e non me ne libero per ore—lo associo alla esecuzione nello Utah, la prima che coprii e a quella di  Joseph O’dell di cui curai la diretta dalla Virginia.—La notizia della moratoria  dell’Onu  mi rallegra, certo  ma non cambiera’ le cose e  di certo non pone l’Italia su un piedistallo di alta moralita’ cosi’ come dicono alcuni, raggianti per la mossa coreografica e poco significativa presa dopo anni dal palazzo di vetro. Sono pochi i paesi all’Onu che onoreranno la moratoria – paesi che sorridono dei  fervorini dei nostri politicanti divulgati a mezzo stampa da oltre oceano. Basta elencarle le nazioni che utilizzano la pena di morte per vedere e capire che non smetteranno di utilizzarla solo perche’ l’Onu ha approvato una moratoria e perche’ l’Italia  l’ha sponsorizzata.  A cominciare dagli Stati Uniti, che da anni ormai hanno intrapreso un dibattito sulla  legittimita’ della  pena di morte che sta passando attraverso la Corte Suprema e dove  dove il 7 gennaio si discutera’ sull’utilizzo costituzionale dell’iniezione letale. La moratoria Onu, il ruolo dell’Italia non hanno nessun merito a riguardo. 
Come  non hanno nessun merito sull’abolizione della pena di morte nel New Jersey, decisione di un paio di giorni fa, dopo anni ed anni di dibattito nel legislativo dello stato. Trovo anzi di pessimo gusto utilizzare un argomento cosi’ duro e cosi’ drammatico per ammantarsi di moralita’ e farsi pubblicita’- anche perche’ gli estremi per pubblicizzare la politica estera del nostro paese, in questo momento -- sorry, ma proprio non ci sono.

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mercoledì, 19 dicembre 2007

before dinner

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lunedì, 17 dicembre 2007

cowboy

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lunedì, 17 dicembre 2007
natale roma
postato da: MLRossiHawkins alle ore 02:50 | Permalink |commenti (11)
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sabato, 15 dicembre 2007
kites 3Kite Running,  e' ricominciatoin Afghanistan, KIte runner al cinema da ieri.. La mia recensione pubblicata gia' su questo blog.

 Il Cacciatore di Aquiloni, e’  il libro piu’ bello che abbia letto negli ultimi anni,  toccante, perfetto,  un grande romanzo dell’ottocento, per una vicenda pregnante di contemporanea e cruda rilevanza –un  soggetto da film e infatti sono anni che la Dreamworks si dedica alla sua realizzazione. Ma  l’uscita e’  rimandata di mese in mese,  le riprese  lunghe costose, la produzione impegnativa il soggetto  difficile, poi, le polemiche-- ecco perche’ quando ho ricevuto l’invito  per la  proiezione privata di Kite Runner ho provato un piacere intenso,  quello di un grande traguardo raggiunto, il  piacere di  un progetto compiuto  che mi tocca sempre   personalmente .  Cosi’ ho  imbracciato il tacquino, e sono scesa –fino a 44 e Broadway,  five o’clock in the afternoon—Il conciliabolo con gli attori, la piccola sala, i convenevoli con i colleghi carichi di aspettative e con lo spengersi delle luci, Times Square si e’ persa al primo fotogramma, oscurata dal cielo grigio  di San Francisco, davanti  all’immagine di un aquilione, che vola disordinato verso il nulla. Poi il sussulto collettivo  in  quella frase catartica per la sua sua disarmante semplicita’ una frase plateale pregna di universale religiosita’ “It’s time to be good again”.   E  il film vola, vola  verso il ricordo del protagonista  e ti riconduce fedelmente al libro, sembra di sfogliarlo, di rileggerlo  nei dettagli, nella caratterizzazione dei personaggi, quel padre eroico che nasconde un segreto, quel figlio vigliacco e impotente difronte al suo servo che con la sua bonta’  involontaria  si impadronisce per sempre del suo destino segnato dalla sua vicinanza. Il film cerca il libro per tutte e due le ore della sua durata e lo trova quasi sempre, cerca i colori,  dell’Afgansitan, dipinti a tinte forti con l’intensita’ di una epopea mediorientale. La recitazione marcata, che percorre  tutte le stagioni del romanzo. Le situazioni sottili accennate dalla superba recitazione degli attori. Non ti accorgi nemmeno che il film e’ recitato quasi esclusivamente in lingua originale quella del dramma, che non e’ linglese.  Dopo l’Afganistan c’e’ l’America, quella struggente di chi trova conforto qui—l’America  di una emigrazione forzata in cui la fatica di integrarasi lascia il passo alla voglia di cambiare strada e di dimenticare il passato. Struggente, come  i volti  di chi ha nel cuore un racconto da urlare, di quella gente  che incontri alle stazioni di benzina, nei Mcdonald, nei negozi di telefonini e  luoghi piu’ improbabili dell’America.  Storie incredibili alle quali accedi facilmente  se solo hai voglia di guardare negli occhi  chi le ha vissute.  Ecco perche’ mi sono abbandonata al film. Ecco perche’ l’ho amato come ho amato il libro, in maniera incondizionata. Per lo sforzo di chi ha osato ascoltare una storia e non ha avuto paura di raccontarla in tutta la sua crudele realta’. Vicende come quelle  che leggi nei giornali, senza il filtro della razionalita’ dell’analisi, del commento. La forza di una stora molto piu’ potente di mille documentari e investigazioni e reportage. Si, perche’ quando li vedi in quell’orfanatrofio dell’Afganistan quei bambini inerti, venduti dal rettore   per un pasto, sacrificati  per ritardare la fine di tutti gli altri,    si materializzano davanti a te, anche  se  hai sempre cercato di nasconderli nel luogo piu’ buio della tua mente per non soffocare inerte nella tua impotenza . Nel libro, c’e’ tutto, la realta’ di un luogo che solo ora cominciamo a conoscere, un accenno alla condizione femminile, il dramma dell’emigrazione, l’ottimismo americano, il suo dileggio nella  filosofia araba  ironica e pregnante, le frontiere dello spirito, il sacrificio della carne. C’e’ poi una disamina sociale e  politica, la filosofia di una nazione persa, che vive al di fuori dei suoi confini,  i suoi protagonisti che hanno lasciato indietro tutto,  ma non se stessi.  C’e’ il tradimento, la crudelta’ la vessazione, e poi, il magico potere della redenzione, tutta personale che si lascia dietro vittime senza speranza. Ed e’ qui che il film si discosta dal libro,  nel concedere all’ottimismo holliwoodiano di tacere sull’estremo atto di disperazione del libro, il tentato suicicidio di Sohraba che verra’ portato in salvo ma non sai mai se si salvera’-- Provi orrore quando ti rimmergi dentro Times Square quasi ti vergogni di essere li, in quell’abominevole vetrina sgargiante , quando il taxista afgano ti riporta a casa, gli sorridi con compiacimento mentre stizzoso ti conta il resto, gli sorridi come ad un amico anche se non lo hai visto prima e non lo vedrai mai piu’.

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giovedì, 13 dicembre 2007
foto nyt

Quando te lo vedi nero su bianco, di prima mattina, il colpo allo stomaco, anzi il calcio al cuore, e’ forte—  Cosi’ l’articolo di prima pagina del New York Times, annunciato dal dotto notiziario radiofonico della  mattina, NPR  spezza la concitazione natalizia e sentenzia sullo stato della nostra nazione. Italy in a Funk sings an Aria of Disappointment... e il titolo e’gia’ un epitaffio.  Un conto e’ parlarne con gli amici, anche giornalisti,  anche americani, a cena, nella caffetteria della CNN o della CBS,  un conto e’ vederselo qui, digerito e spiattellato in prima pagina con tutta la perizia, l’ardore e l’impegno letterario di un grande giornalismo che fara’ presa su milioni di persone, persone  normali, come questo signore tuffato nel pezzo alle otto del mattino con il suo caffe’ nero. E’ un pezzo che influenzera’ il pensiero di un paese, perche’ qui il giornalismo e’ credibile e le parole scritte dai giornali hanno riscontro nei fatti. Non c’e’ nulla nel pezzo che non sappiate, la perdita di fiducia, la perdita di orgoglio, il talento sprecato, la corruzione la mancanza di tecnologia e di speranza, C’e’ il coraggio di Grillo, l’inadempienza di una classe dirigente-- vecchia, la meglio pagata e la meno meritevole in Europa. C’e’ il rammarico dei piu’ giovani, il dolore di chi  sa che gli italiani meritano di piu’.

E’ ben scritto, a tratti lirico, imperdibile questo pezzo, composto da uno che conosce  bene, che sente il polso e  che sono sicura ami questo notro paese ,-- una prosa incisiva, implacabile dotta e a tratti tenera.   Tutto drammaticamente vero, tutto drammaticamente da scolpire sulla lapide di un paese in agonia composta da gente che mangia e beve ma  che non e’ mai ne grassa ne ubriaca (come dice l’autore).  Avevo fatto un post analogo, in questo momento di visite dall’Italia,  anticipando il rapporto del Censis. L’articolo di oggi  sugella il mio stato d’animo e la mia profonda tristezza e questa volta la trasmettera’ ad una nazione di amanti e amici dell’Italia in tutto il suo sconfortante realismo. Oggi a New York c’e’ Napolitano, in visita al consolato prima poi  si incontrera’ con la stampa. Ci andai oltre dieci anni fa quando era presidente della camera. Oggi non ci vado, non e’ snobbismo non e’ neanche una protesta che non notera’ nessuno. Passero’ li davanti certo ma continuero’ a camminare  per la strade di New York, alla ricerca di quella ispirazione e di quella forza per intraprendere una prossima mossa, impellente e doverosa da condividere con chi, come me crede fortemente nel Natale, e nel soprendente miracolo della rinascita. –http://www.nytimes.com/2007/12/13/world/europe/13italy.html?_r=1&ref=world&oref=slogin

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