
Kite Running, e' ricominciatoin Afghanistan, KIte runner al cinema da ieri.. La mia recensione pubblicata gia' su questo blog.
Il Cacciatore di Aquiloni, e’ il libro piu’ bello che abbia letto negli ultimi anni, toccante, perfetto, un grande romanzo dell’ottocento, per una vicenda pregnante di contemporanea e cruda rilevanza –un soggetto da film e infatti sono anni che la Dreamworks si dedica alla sua realizzazione. Ma l’uscita e’ rimandata di mese in mese, le riprese lunghe costose, la produzione impegnativa il soggetto difficile, poi, le polemiche-- ecco perche’ quando ho ricevuto l’invito per la proiezione privata di Kite Runner ho provato un piacere intenso, quello di un grande traguardo raggiunto, il piacere di un progetto compiuto che mi tocca sempre personalmente . Cosi’ ho imbracciato il tacquino, e sono scesa –fino a 44 e Broadway, five o’clock in the afternoon—Il conciliabolo con gli attori, la piccola sala, i convenevoli con i colleghi carichi di aspettative e con lo spengersi delle luci, Times Square si e’ persa al primo fotogramma, oscurata dal cielo grigio di San Francisco, davanti all’immagine di un aquilione, che vola disordinato verso il nulla. Poi il sussulto collettivo in quella frase catartica per la sua sua disarmante semplicita’ una frase plateale pregna di universale religiosita’ “It’s time to be good again”. E il film vola, vola verso il ricordo del protagonista e ti riconduce fedelmente al libro, sembra di sfogliarlo, di rileggerlo nei dettagli, nella caratterizzazione dei personaggi, quel padre eroico che nasconde un segreto, quel figlio vigliacco e impotente difronte al suo servo che con la sua bonta’ involontaria si impadronisce per sempre del suo destino segnato dalla sua vicinanza. Il film cerca il libro per tutte e due le ore della sua durata e lo trova quasi sempre, cerca i colori, dell’Afgansitan, dipinti a tinte forti con l’intensita’ di una epopea mediorientale. La recitazione marcata, che percorre tutte le stagioni del romanzo. Le situazioni sottili accennate dalla superba recitazione degli attori. Non ti accorgi nemmeno che il film e’ recitato quasi esclusivamente in lingua originale quella del dramma, che non e’ linglese. Dopo l’Afganistan c’e’ l’America, quella struggente di chi trova conforto qui—l’America di una emigrazione forzata in cui la fatica di integrarasi lascia il passo alla voglia di cambiare strada e di dimenticare il passato. Struggente, come i volti di chi ha nel cuore un racconto da urlare, di quella gente che incontri alle stazioni di benzina, nei Mcdonald, nei negozi di telefonini e luoghi piu’ improbabili dell’America. Storie incredibili alle quali accedi facilmente se solo hai voglia di guardare negli occhi chi le ha vissute. Ecco perche’ mi sono abbandonata al film. Ecco perche’ l’ho amato come ho amato il libro, in maniera incondizionata. Per lo sforzo di chi ha osato ascoltare una storia e non ha avuto paura di raccontarla in tutta la sua crudele realta’. Vicende come quelle che leggi nei giornali, senza il filtro della razionalita’ dell’analisi, del commento. La forza di una stora molto piu’ potente di mille documentari e investigazioni e reportage. Si, perche’ quando li vedi in quell’orfanatrofio dell’Afganistan quei bambini inerti, venduti dal rettore per un pasto, sacrificati per ritardare la fine di tutti gli altri, si materializzano davanti a te, anche se hai sempre cercato di nasconderli nel luogo piu’ buio della tua mente per non soffocare inerte nella tua impotenza . Nel libro, c’e’ tutto, la realta’ di un luogo che solo ora cominciamo a conoscere, un accenno alla condizione femminile, il dramma dell’emigrazione, l’ottimismo americano, il suo dileggio nella filosofia araba ironica e pregnante, le frontiere dello spirito, il sacrificio della carne. C’e’ poi una disamina sociale e politica, la filosofia di una nazione persa, che vive al di fuori dei suoi confini, i suoi protagonisti che hanno lasciato indietro tutto, ma non se stessi. C’e’ il tradimento, la crudelta’ la vessazione, e poi, il magico potere della redenzione, tutta personale che si lascia dietro vittime senza speranza. Ed e’ qui che il film si discosta dal libro, nel concedere all’ottimismo holliwoodiano di tacere sull’estremo atto di disperazione del libro, il tentato suicicidio di Sohraba che verra’ portato in salvo ma non sai mai se si salvera’-- Provi orrore quando ti rimmergi dentro Times Square quasi ti vergogni di essere li, in quell’abominevole vetrina sgargiante , quando il taxista afgano ti riporta a casa, gli sorridi con compiacimento mentre stizzoso ti conta il resto, gli sorridi come ad un amico anche se non lo hai visto prima e non lo vedrai mai piu’.