mercoledì, 31 ottobre 2007
clinton debate

Doveva essere il momento  del riscatto, quello  preannunciato ormai da giorni, quello che molti aspettavano per riorganizzare le proprie priorita’ elettorali e invece….. ancora una volta la macchina slitta, anche se la strada non e’ ghiacciata. Obama fallisce al primo tentativo, alla prima domanda e per due ore continua a farsi sfuggire l’occasione per svettare sulla sua antagonista e affermare il suo messaggio che continua ad essere quello di voler unire, non polarizzare.  Troppo vago per un presidente al quale si chiede rapidita’ decisionismo e saggezza, non il tepore del caminetto quando fuori infuria la battaglia. Sbaglia quasi tutto sopratutto nel definire la sua persona contrapponendosi a lei. In questo modo e’ Hillary Clinton a rimanre la protagonista e chiunque non l’avesse scelta si imporrebbe di scrutarla da  vicino. No way, all wrong I say.  Non lavora di fioretto, ma di machete senza argomentazioni, sfoderando la spada e abbassandola senza mai sferrare il colpo che tutti ci aspettiamo. Lo fa invece per lui Edwards, che si rivolge argomentando e accusando  il Senatore Clinton, di opportunismo e di inesperienza lo fa in presa diretta, lo fa con l’Iraq e con l’Iran,  una crisi tutta in divenire. E’ alto ed elequonte Edwards, articola il suo messaggio, alternativo, mai sprezzante come Biden, (eternamente candidato ad arrivare ultimo alle primarie)  e risulta sopratutto attendibile. Poi c’e’ Richardson, uomo di esperienza, peccato che alla sua eta’ e con il suo curriculum sia ancora in cerca della Clintoniana approvazione dopo aver servito con Clinton-lui come ambasciatore all’ONU. Ieri, poverino, corre al capezzale di Clinton-lei, proteggendala con quel  machismo tutto mediterraneo-- stucchevole e mal riposto. Il govenatore del New Mexico forse cercava un posto nel ticket presidenziale, chiunque glielo avrebbe dato quando ha sviato ogni attacco alla sua ex first lady, dichiarando che non e’ lei il nemico su cui abbattersi bensi’ il dibolico Bush e la sua combriccola.  Brutta cosa pero’ la lealta’ pelosa, anche se la posta vice-presideziale potrebbe essere alta.  In fondo  Richardson ha i suoi numeri, non e’ uno sciocco e il New Mexico lo governa bene con compassione e fermezza. Cosi’ per torto o per ragione Hillary Clinton domina l’agenda, ma non il dibattito. Rimane sempre uguale a se stessa tediosa, ripetitiva tautologica. L’hanno sgamata tutti. Ieri rispondendo ad una domanda sulla patente agli illegali ha fatto infuriare anche i giornalisti. Ma non ha perso la calma, ha continuato imperterrita a guardare nel vuoto, piu’ infastidita che agguerrita. Non doveva vincere ieri Mrs Clinton, doveva solo cercare di non perdere la sua postazione--una  imperatrice piu’ che una candidata in un sistema democratico, sdegnosa, algida e distante, che aspetta compiacente e  un po’ annoiata il giorno della sua incoronazione.

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martedì, 30 ottobre 2007
Barak

Fa bene quet'uomo a rifletterci. Una carriera fulminea.  Trenta milioni di dollari raccolti in un batter d’occhio-- la prospettiva di fare la storia, gli occhi del suo partito e la speranze di una nuova generazione di liberals riuniti sotto l’immagine confortante di un uomo colto, eloquente, e multietnico. Obama sembra generato al computer, un candidato perfetto, nero quanto basta per proiettare il sogno delle minoranze, ma abbastanza bianco da rappresentare  quell' effige  tradizionale e cosi’  appropriata al ruolo presidenziale.   E ancora tanti   bei discorsi declamati un po’ ovunque, parole conclamate dall’intelligenzia rarefatta del partito, tanto fervore.... molto piu’ prennunciato che dichiarato, e poi le grazie di Holliwood potente e danaraosa,  l’interesse del pubblico. Ma ad un certo punto.....puff , la lenta frenata di una macchina che slitta e non riesce a prendere la strada. Si, Barak Obama langue e la colpa dice sottovoce e’ di Hillary Clinton, efferata contro chiunque si anteponga  al consenso che ha  meccanicamente creato intorno a se. Cosi’ Obama tentenna, e poi  (timidamente)  prennuncia alla stampa e al suo elettorato che presto dara’ battaglia alla sua primaria concorrente, lo fa anticipando al  pubblico che presto  abbandonera’ la sua natura conciliatoria per aggredire l’avversaria  con argomentazioni  che finalmente ridimenzioneranno la sua credibilita’. Ma  questo annuncio ripetuto non  prende mai forma frenato ad ogni accenno dalle  pubbliche considerazioni clintoniane di scarsa collegialita’ del candidato Obama ad ogni lieve tentativo di polemica da parte sua—cosi’ l’allarme si ripete e si ripete praticamente subito dopo ogni occasione persa nella quale Obama rinuncia ad affondare nelle debolezze e nelle incongruenze di Hillary Clinton lasciata quindi sola a  comandare il gioco di queste primarie democratiche . Obama lo ha ripetuto anche oggi che domani, in occasione del dibattito in prime time, mostrera’ il suo volto piu’ determinato e procedera’ nel distinguere con forza la sua posizione da quella di una candidata ondivaga e opportunista. Noi non possiamo che aspettarlo, aspettare che si definisca davanti agli elettori e agli analisti sperando che le sue non siano solo le parole—il verbo  di un candidato che non riesce a scrollarsi di dosso il peso di un malcelata soggezione latente anche se  inconscia ad una macchina che ormai e’ vincente.  E domani ne riparliamo.   

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lunedì, 29 ottobre 2007
painted sky
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domenica, 28 ottobre 2007

long island

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venerdì, 26 ottobre 2007

beacon-theatre-april

Ci passo molto spesso davanti al Beacon Theatre.  Uno dei sacrari della mia New York  preferita, In bella vista sulla Broadway in quel punto cosi’ speciale dove veleggia quell’aria   di ordinato pressapochismo, di svagatezza  un po’ ostentata dove ognuno insegue il proprio talento determinato a rendergli prima o poi giustizia.  Davanti a Fairway, a pochi passi dall’Ansonia non troppo lontano dal Dakota, incastonato nel cuore della  mitologia culturale della citta’. Il Beacon, e’ elegante, trendy, esclusivo meravigliosamente  passe’. Non posso non guardare la locandina ogni volta che ci passo davanti anche se la conosco a memoria –Saluto il guardiano presto la mattina, con un cenno—Risponde sempre allo stesso modo sollevando uno spartito musicale e pronunciando il nome del gruppo che sta per esibirsi. Oggi non ha detto nulla, anzi oggi non c’era. Si perche’ oggi anziche una “band” era in arrivo il circo. Mediatico si intende. Niente telecamere,  ma sempre tantissimi i giornalisti richiamati  per festeggiare un compleanno importante i  sessant’anni di Hillary Clinton, che si e’ presa una pausa dalla estenuante campagna elettorale per farsi un regalone, la compagnia dei suoi  fan piu’ solerti che le porteranno  circa un milione di dollari-- da ammassare senza troppa cura nelle casse della campagna elettorale.   Una gran festa, insomma per dare il benvenuto alla nuova decade che incalza e avviare una nuova stagione di fundraising. Elvis Costello ha cantato Rob Reiner ha versato mezzo milione di dollari, Bill  ha sorriso molto, marito sempre piu’ sollecito con l’incalzare della stagione elettorale, sorridente, coinvolgente, quasi innamorato questa sera come nei giorni passati quando con il suo tono affabile  ha  mandanto una e-mail a mezzo mondo chiedendo  di fare a Hillary ( e all’America)un augurio di compleanno e mandare qualche spicciolo per la sua campagna. Se l’augurio non era obbligatorio, il contributo naturalmente si.  E come ci si puo’ sottrarre all’onore di fare gli auguri ad una donna che con tanta classe sfoggia la sua eta’ e  fa anche di questa uno strumento elettorale e mediatico?  Lei si che e’ pronta a tutto perfino  a dare un significato completamente nuovo al teorema femminista che il privato e’ pubblico.— Certo,  pubblico  ma solo se sei disposto a pagare migliaia di dollari.

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giovedì, 25 ottobre 2007
arnold_schwarzenegger52

 Non e’ un caso che siano alla guida della California questi due. Una terra che arde sempre e qualche volta brucia.  Una  fucina di  idee prorompenti, idee tanto esplosive  e sconvolgenti a prima vista,  idee che divampano  stemperandosi  lentamente  nelle nostre realta’ per diventare, presto  diritto inalienabile o dovere imprescindibile.  Berkley con il i  diritti civili e il femminismo,  la Silicon Valley con la rivoluzione informatica e ancora  le leggi sull’ambiente, sull’immigrazione, sull’energia, sulla sanita’, sulla pedofilila, ogni provvedimento e’ una rivoluzione, ogni legge della California e’ una sfida all’ordine costituito, al conformismo e allo status quo.  Per chi concepisce la vita nella east coast  e’  proprio dall’altra parte la California, spesso un retropensiero,  E’ stravagante, eclettica, irriverente ma rigorosa  e’ periferica si,   ma  determinante nella politica del paese.  Arnold Schwartnegger e’ il suo governatore e Maria Shriver  la sua  first Lady.  Hanno storto il naso in molti della loro ascesa politica.  E si sono dovuti ricredere. Si perche’ sono perfetti per il ruolo e per il luogo. Sono  ospiti,  non  padroni in  una terra generosa che si lascia segnare senza paura dalle novita’ e dai cataclismi di cui periodicamente e’vittima.  Lui  Mr. universo alla guida di un pianeta,  lei  una primadonna impegnata ad inventarsi un ruolo di secondo, ma non secondario. Sono il prodotto ben riuscito,  di una fusione politica e mediatica, un esperimento  che non e’ iniziato per caso  e che sta trasformando la politica  di tutto il paese e che parte proprio da li, dove gli esperimenti non fanno paura e le buone idee divampano in maniera imprevedibile come il fuoco di questi giorni.   Sono la California questi due,  eterogenei ma ben assortiti, diversi ma inseparabili, ricchi ma impegnati , idealisti quanto basta da conoscere i benifici delle idee e i limiti del compromesso, belli in un modo strano, cartolinaceo. Sono  plastici, non di plastica. Li ho visti di nuovo questa sera, segnati dalla responsabilita’ e dalla fatica,  si misuravano a distanza alla televisione  da due network diversi.  Li ho visti questa sera come li ho visti alla Convention Repubblicana qui a New York, sorreggersi allo stesso modo, a distanza.  Lui era sul palco, lei in tribuna- ma la California allora, sorrideva. E tornera' a farlo presto.

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mercoledì, 24 ottobre 2007
swartzengger and fire
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martedì, 23 ottobre 2007
Mcain and Giullianiu

Un solo avversario Hillary Clinton: un solo obbiettivo: rifulgere, una unica strategia: aggredire l’altro  mantenendo intatto l’orgoglio repubblicano e le dovute distanze dall’attuale presidente--Il dibattito di ieri sera si tramuta in uno show di battute e riferimenti personali  in cui  McCain ha mostrato a chiare note che vendera’ cara la sua pelle presidenziale e non lascera’ che Rudy Giuliani scappi via con la nomination senza prima mostrare le sue doti di candidato, incagliate troppo a lungo nella infida palude dei sondaggi.  I giochi quindi sembrerebbero ancora ancora aperti dopo la performance di McCain a dimostrazione  che l’ostacolo piu’ duro per Rudy Giuliani nella corsa alla Casa Bianca, sara’ proprio quello di convincere il suo partito, la base del suo partito, ad investirlo della candidatura.  Ma se per McCain, il dibattito di ieri e’ stata l’occasione per riproiettare gli americani verso i fasti del suo passato patriottico,  Per Rudy Giuliani la prova di questo week end non e’ avvenuta durante il dibattito di ieri,  ma   il giorno prima, a Washington, al convegno dei Christian Conservators.  Il discorso piu’ atteso il suo che ha doppiato i tempi previsti, in un ambiente piu’ incuriosito che ostile. Giuliani  non gioca in casa con i conservatori, anzi, sono in molti a detestarlo.  Le sue scelte personali e politiche non sono quelle di Huckabee il predicatore battista, l’eroe inelegibile della estrema destra repubblicana. Ma Giuliani anche se  non piace ai predicatori  e’ cattolico di estrazione e di accezione . Cosi’  Sabato  ha preso  il messaggio  cristiano dell’inclusione e lo ha emanato nella sua essenza,  con il candore del chirichetto con la autorevolezza dell’uomo di stato.– Non ha dissimulato le differenze fra lui e la destra christiana, non ha eluso gli argomenti spinosi   ma li ha esposti tutti  sul piatto dell’onesta’, non ha mistificato, ha spiegato,  esprimendo varie volte il concetto di  coerenza.  Un concetto adatto ad un buon cristiano,  e calzante per buon presidente. “ Questa sera vi parlo come un presidente che continuera’ a porgervi la mano, e spero che voi la prenderete—“ ha dichiarato Giuliani-- e nessuno nella sala ha distolto lo sguardo.  Ha compiuto scelte toste nella sua carriera Giuliani nella sua vita  personale, nella  sua carriera di procuratore, in quella di  politico  e sempre, ne ha pagato le conseguenze.  Ma la sua  lezione di semplice filosofia cristiana,  di sabato si e’ coniugata  perfettamente  alla piu’ rigida tradizione Reaganiana che impone il rispetto e vieta le lacerazioni all’interno del partito.  Un partito che vuole vincerla a tutti costi questa scommessa presidenziale. Ecco perche’ Giuliani non e’ stata la rivelazione di questo dibattito ma  la sfida piu’ importante di questo fine settimana ancora una volta se la e' aggiudicata lui.

 

 

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sabato, 20 ottobre 2007

GaggedIl primo brivido lo provai quando l’ambasciatore Bosniaco  all’Onu che sentivo spesso, mi telefono’ e disse,  “Grazie, in Bosnia vedono la televisione italiana”  Era il mio primo anno da giornalista, quello della guerra in Kossovo e mi emoziono’  sapere che quello che dicevo aveva un impatto sulla gente  che aspettava quel notiziario per avere notizie dell’intervento della NATO.  Non ci volle molto per capire che quello era il lavoro per me. Un lavoro di tessitura di relazioni, un intreccio di pensieri che si rapportano con gli altri e che hanno senso solo per gli altri, un mestiere di sublime sofferenza se fatto con il rigore che merita e con il direttore che te lo permette. L’impatto della tv sulla gente l’ho vissuto in seguito,  visitando Cuba, il Messico, coprendo elezioni presidenziali, girando per il mondo con una telecamera—che per molti rappresenta la speranza di  venire ascoltati, almeno una volta, la chance di parlare liberamente di cose chi cui in genere non si puo’ parlare perche’ non ti viene permesso.   Proprio  come si fa oggi sui blog che hanno rivoluzionato l’informazione mondiale e sbaragliato i mezzi di informazione italiana rigidi,  paludati e omertosi.  Era inevitabile che se ne accorgessereo  anche se c’e’ voluto molto meno di quanto mi aspettassi. Molto meno di quanto credessi  prima che il tentativo di censurare la liberta’ di stampa in Italia diventasse un progetto sancito dal governo. Non e’ solo vergognoso e’ ripugnante e’ assolutamente incostituzionale. La paura della liberta’ di espressione e’ il primo indicatore di un regime totalitario.  Te lo insegnano al liceo che la prima azione di un regime quando prende il  potere  e’ quella di prendersi i mezzi di comunicazione. Ci  sono modi diversi per farlo, sono piu’ o meno sottili e questo non lo sa solo un giornalista. Si spara  sulle emittenti, si abbattono le antenne poi si comincia a trasmettere propaganda , si ripuliscono i notiziari  dalle informazioni importanti, si riempiono i tg di cretini e di cretinate, si comprano i giornalisti, si mandano fuori, si licenziano o addirittura si uccidono. E per uccidere una persona ci sono molti modi.  Ne conosco molti di colleghi morti.  Ma quando i mezzi di comunicazione come internet sono in ogni casa e aiutano a divulgare il verbo scomodo  e non controllabile dal regime attraverso milioni di blog e di contatti,  allora l’unico mezzo per spegnerli e’ censurare internet tutta. Di qui, la geniale trovata del governo italiano. Una mossa degna del piu’ stolto ma  goffo dei regimi.  “Ma e’ mai possibile che siano cosi’ imbecilli  e che pensino di potersi proteggere dichiarando guerra all’inevitabile?      

Desperate times deserve desperate measures e questi sono tempi  disperati, ma solo per loro.  Sorry guys, we will overcome.

 

 

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venerdì, 19 ottobre 2007
benazir Non c’era nulla di casuale  nella coreografia organizzata  per il ritorno in Pakistan di Benazir Bhutto.  L’ultima chiamata  dell’occidente per cercare di sanare cio’ che oramai sembra  l’insanabile.   Una operazione diplomatica  preparata nel dettaglio dagli americani per affiancare  Bhutto al Gen. Musharaff di cui  il governo di Washigton non e’ piu’ soddisfatto da tempo .  Nulla di casuale neanche nelle bombe di ieri a  Karachi esplose in diretta mondiale tv. Una strategia di morte fatta ad hoc per terrorizzare il mondo.  Molto piu’ di un avvertimento, una dichiarazione di guerra nei confronti di chi si volesse solo lontamente sfidare l’egemonia talebana in Pakistan.  Uno show di potere per tutto l’occidente, che dimostra la debolezza  di Musharaf e la sua incapacita’ di  mantenere il controllo dei terroristi talebani. Sono diversi mesi, anni forse che Washington manifesta la  sua insofferenza nei confronti del Generale Musharaff, che ha avuto infinite occasioni per portare risultati tangibili all’occidente nelle sue promesse di collaborazione antirerrorista  e che sta continuando a sbriciolare la sua credibilita’ mentre i talebani crescono e si rafforzano. E d’altronde erano stati proprio loro  loro a garantire a Musharaf e alla Bhutto (prima del suo esilio forzato) la possibilita’di esterndere l’influenza del Pakistan in Afganistan.  Rieletto poche settimane fa Musharaf, ora  e’ alle strette, la corte suprema del suo paese deve ancora decidere della legittimita’ delle elezioni e ora dovra’ condividere il potere con Benzir Bhutto che per otto anni e’ rimasta in esilio mantendendo ottimi rapporti con l’Occidente. I patti sono che i due dovranno trovare un accordo e con il placet e soldi di Washington insieme dovranno governare un paese in disfacimento.    Talebani sul fiato e Washington al telefono Musharaf e la Bhutto dovranno riportare l’ordine in un paese se scivola lentamente verso il disfacimento. Ma non ci riusciranno mai da da soli,  sia  Washington che l’occidente tutto devra continuare a  sostenerli   o la partita,  questa volta sara’ persa per sempre e tutti ne pagheremo le conseguenze.
postato da: MLRossiHawkins alle ore 23:59 | Permalink |commenti (5)
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