giovedì, 28 giugno 2007
fallaci orianaOriana Fallaci era tante cose,  ma non era una donna insincera. Parlava e pensava quello che scrivera, e versava nei suoi libri e nei suoi articoli ogni suo pensiero incensurandolo--cio' la rese popolare all'estero ma non in Italia, dove e' spesso l'ambiguita' a segnare  la strada della celebrita' sopratutto nel giornalismo.  Non era una donna comoda non era una donna facile, non era una donna docile, non era una donna manipolabile e decisamente non era politically correct, au contrair, era l'esatto opposto del politically correctness che disprezzava con tutto il suo orgoglio  occidentale. Non banalizzero' la sua figura  con i miei ricordi di lei, perche' di questi tempi ognuno ne ha uno e la Fallaci  non e' qui  per confermarli o smentirli-- Ma so bene come la pensasse..... Oggi nella sua adorata New York,  si presenta un documentario su Oriana e L'America all'istituto italiano di cultura.  L'apertura di questa retrospettiva verra presentatata dal nostro ministro per i beni culturali, nonche' vice premier di un governo che non l'ha decisamente portata in palmo di mano, quando i suoi ultimi due libri furono pubblicati da Rizzoli.  Eppure Rutelli, sara' li' sorridente, abbronzato, comprereccio e laudatorio, li' nella sala conferenze della palazzina di Park Avenue, li' in versione istiutionale, li' a rendere omaggio ad una donna opinionata, coraggiosa e che sopratutto disprezzava il compormesso-- l'essenza stessa del governo che Rutelli rappresenta.  In questo sfolgorante Giugno Newyorkerse che  sprizza luce ed energia in ogni suo angolo, Oriana Fallaci dovra' rimanere purtroppo muta, davanti a  questo evento dall'onere del quale si sarebbe molto probabilmente sottratta volentieri, per coerenza,-- la piu' grande delle sue virtu'  il  messaggio piu' universale fra tutti quelli che ci ha lasciato, negli anni, con decine di scritti.
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mercoledì, 27 giugno 2007
Un mio  collega astuto ma zelante, poco dopo la mia prima apparizione televisiva su una  tv nazionale anni fa mi disse--da ora stai attenta, perchè fuori c'è sempre qualcuno che guarda- Naturalmente quest'invito all'esercizio di una  continuata e indefinita paranoia fu da me dismesso in un istante, e mi feci scivolare quella sottile e sordida minaccia che  considerai molto sciocca. Si, perchè io sono io, in tv in famiglia, sul blog, con i miei amici, con i miei pensieri e se qualcuno guarda beh,  Oggi l'editoriale del New York Times "Someone is always watching" non mi coglie  di sorpresa come la frase del mio amico agli studi di cinecittà, perchè effettivamente i mezzi di informazione non sono più quelli di quando dieci anni fa  facevamo il telegiornale e Fede mi teneva in onda per mezzora prima di chiudere l'edizione della sera in attesa di un'ultima notizia prima della pubblicità- Ora c'è il telefonino, ora c'è internet, ora esiste la possibilità di comuicare istantaneamente e questo è meraviglioso, non pericoloso. Someone is always watching adesso come prima, solo che ora quel qualcuno che guarda può comunicare le sue impressioni e riportarle e trasmetterle a chi vuole, se vuole.  Niente ti prepara ad una libertà del genere quando per anni hai lottato per dieci secondi di pezzo con il direttore. Siamo tutti giornalisti oggi, anzi editori di un nostro prodotto che mettiamo sul mercato delle idee-- questo mi esalta, non mi preoccupa. L'editorialsita del New York times era preoccupato perche ogni sua azione di questi tempi,  può venire propagata e riportata istantaneamente e  istigava a stare attenti. Beh' meglio dico io, che da anni definsco la Democrazia in termini di accesso, sopratutto alle fonti di informazione qualsiasi esse siano.
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martedì, 26 giugno 2007

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Le cartacce ti vorticano fra i piedi,  le bottiglie di birra rotte  si sbriciolano taglienti  sotto le suole delle scarpe, le erbacce ti accarezzano le ginocchia, la gente distratta non si guarda neanche in faccia e cammina veloce cercando un varco fra le auto impazzite-- Benvenuti a Piazza dei  navigatori,  benvenuti a Roma. Trascurata lasciata andare, abbandonata alle inaziative dei singoli che cercano di portare a casa o in ufficio la propria dignita' di abitanti in questa povera Roma. Oggi  una foto molto piu' bella della mia, ma altrettanto esplicativa troneggia sulla prima pagina del New York Times, riferita alle condizioni del centro di Roma, invivibile per lo sporco, gli schiamazzi, gli ubraconi che campeggiano la notte a trastevere. Ci sono rimasta molto male. ci sono rimasta male perche' e' un peccato, uno spreco, una perdita per l'umanita' tutta quando il degrado diventa cosi' palese da essere carpito anche dall'occhio sempre un po' distratto e anche un po'paternalista di un giornalista americano che in Italia non si ammazza di lavoro, ma sta in fondo in vacanza. Peccato veramente,  che dolore che tristezza, Forza sindaco, tu che questa citta' l'hai ridotta cosi'  ora che sei la nuova speranza del tuo partito, non farti cogliere in castagna dai tuoi amici americani, proprio gli stessi che inneggiano al tuo mito Kennediano del rispetto e dell miglioramento di ogni condizione, cosa gli racconti la prossima volta che vai a comprare le camicie da Brooks Brothers, su Madison Avenue?

postato da: MLRossiHawkins alle ore 08:33 | Permalink |commenti (17)
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lunedì, 25 giugno 2007

 Deviazione vetero capitalista? No.  Constatazione che nasce dalla mera osservazione che la vita in questo paese, come ovunque, costi  --e tanto. Si paga l'autobus, l'affitto, il bar, la casa , la macchina, la benzina (eccome!) eppure in  Italia siamo pagati molto meno che negli altri  paesi occidentali, quando poi siamo fortunati abbastanza da accedere ad una stabile e sistematica fonte di guadagno, ad uno stipendio insomma.  Di per se una fortuna , mi ricordano colleghi talentati senza un rapporto di lavoro continuativo  giovani e non più tanto giovani che spendono il loro talento gratuitamente nella speranza di tempi migliori, che di mese in mese svaniscono come il miraggio  di un Mc Donald dopo tre settimane a Kabul. Come milioni di ragazzi  impegnati  in ogni campo, in Italia vivono di speranza e spesso si piegano alla fatica e al  compromesso per cercare di strappare la promessa del lavoro -- Spesso rimangono in orbita alla ricerca del lavoro per anni fino a quando rinunciano definitivamente ad ogni aspirazione.  Diventanao grigi dentro e fuori e se sono fortunati , riepiegano su un lavoro che paga le bollette ma non li appassiona.  Sono falangi intere di  risorse essenziali  per  una nazione stanca e astenica come la nostra che però umilia lo sforzo non gratificando il lavoro. E' un reato questo, ai danni di tutta la nazione --un reato che andrebbe perseguito-- Perchè così si deprime un paese, così si spengono gli animi, così si tartassa una generazione facendole credere che il proprio lavoro sia pleonostico, le proprie aspirazioni inutilili e il sogno impagabile dell'indipendenza,  una chimera. but it isn't so. Un paese è rappresentato dall'espressione del suo potenziale che deve essere remunerato per il suo sforzo di tenerla in vita con i propri sogni e con il suo impegno. Non è per un pugno di dollari o di Euro ma per la dignità  dell'individuo e del paese stesso.

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venerdì, 22 giugno 2007

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Shakespeare in the Park,  at Delacourte Theatre, questa estate come ogni estate.... basta esserci.

 

postato da: MLRossiHawkins alle ore 15:55 | Permalink |commenti (5)
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giovedì, 21 giugno 2007
Image024Ho pensato subito a lui quando stamattina ho litigato con un mio collega imbecille, viziato e supponente sulla guerra in Iraq,  Ho ripensato a lui mentre le agenzie qulache ora fa battevano la morte di altri 14 soldati americani in Iraq. Ho pensato a lui anche se non lo conoscevo. Questo ragazzo aveva 19 anni e non lo avevo mai visto prima.   Ho catturato il suo sguardo con  questa foto mentre compravo il solito litro di caffe' da portarmi bollente sulla spiaggia gelida  di Long Island 24 ore dopo la sua morte in Iraq , circa 10 giorni fa. Era un hometown boy, era nato li,  a Westbury, in una casa con la staccionata bianca, in una ricca cittadina alle porte di New York. Giocava a baseball forse e magari l'ho pure scontrato in libreria o mentre mi accalcavo a un concerto rock  all'auditorium di Jones Beach. Mi avra' ceduto il passato chiamandomi M'am, mi avra' aperto la porta mentre uscivo dal McDonald.  La sua faccia doveva sporgersi dal bancone di legno di Starbucks, non dalla copertina di Newsday, edizione locale.  Sarebbe stato un summer job meno pericoloso quello di preparare il frappuccino, da Starbucks dove di guerra si parla, non si muore. Leggo che era partito  con lo spirito di chi andava a combattere una battaglia in cui credeva,  troppo giovane per morire.  Aveva una madre, un padre  sicuramente dei fratelli e un futuro comodo, prevedibile, fatto di piccoli e grandi sacrifici e di legittime aspirazioni. Mi sorrideva allora come sta facendo adesso,  talmente giovane da essere inespressivo, abbastanza vecchio per la divisa e la guerra.  Una guerra nella quale inciampi ogni momento in America una guerra che ha mille sfaccettature e che fra i suoi mille volti  ha anche il suo, un volto di cui non si parla mai,  simile a tanti qui,  il  volto rassicurante della giovinezza, il volto sereno di chi non si pone dubbi,  il volto  malinconico della languida provincia americana, che sembra assorbire ogni dolore, questa estate come cento altre,  al suono della tosaerba in lontananza. 
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mercoledì, 20 giugno 2007

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martedì, 19 giugno 2007
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domenica, 17 giugno 2007
michael-moore-2Che fara' mai questo signore imprigionato  dal  dilemma della sua inappuntabile integrita' ideologica  e dalle malefiche forze del capitalismo che  puntualmente ne alimentano il successo? Il nuovo film di Micheal Moore, Sicko, sulla sanita' americana, non e' ancora uscito al cinema,   ma gia' circola liberamente su internet cosi' che i suoi estimatori  se lo possono godere  a casa propria senza spendere  un centesimo. Tutto in linea con la sua populistica idea di liberare il paese dalle speculazioni malvage insite nelle forze di mercato che secondo lo stesso Moore producono la poverta' e l'ingiustizia che tanto lo appena.. OK   ma allora come fara'  Moore a rientrare delle spese di produzione  sostenute e a guadagnare  quei milioni di dollari come annunciato dalle proiezioni della  sua compagnia di distribuizione e a riprendersi il suo investimento effettuato per la  pubblicita' che da mesi circonda il film? Beh, fortunatamente fra i tanti problemi che consumiamo, questo appartiene alla casa di produzione del  signor Moore, dove l'aria che si respira e'  pesante, tanto da partorie un  comunicato stampa che e' un denso concentrato di ipocrisia anglosassone, vessazione ideologica e istigazione agli irrisolti  valori del confuso populismo  liberal  -- i sostenitori del movimento di Moore, dice il comunicato, certamente vorranno contribuire i 10 dollari (che poi a New York sono 15 ma questo non viene specificato) del biglietto del cinema, per sostenere l'opera e la causa dei malati ai quali Moore ha dedicato il suo ultimo lavoro--Insomma Moore escute i suoi soldi,  con i quali potra' nuovamente convincere il suo pubblico che il guadagno fa male alla salute della democrazia anche se l'ascetico Moore,  in questo caso, teme palesemente molto di piu'  per quella del suo conto in  banca.
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venerdì, 15 giugno 2007

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