
Ho pensato subito a lui quando stamattina ho litigato con un mio collega imbecille, viziato e supponente sulla guerra in Iraq, Ho ripensato a lui mentre le agenzie qulache ora fa battevano la morte di altri 14 soldati americani in Iraq. Ho pensato a lui anche se non lo conoscevo. Questo ragazzo aveva 19 anni e non lo avevo mai visto prima. Ho catturato il suo sguardo con questa foto mentre compravo il solito litro di caffe' da portarmi bollente sulla spiaggia gelida di Long Island 24 ore dopo la sua morte in Iraq , circa 10 giorni fa. Era un hometown boy, era nato li, a Westbury, in una casa con la staccionata bianca, in una ricca cittadina alle porte di New York. Giocava a baseball forse e magari l'ho pure scontrato in libreria o mentre mi accalcavo a un concerto rock all'auditorium di Jones Beach. Mi avra' ceduto il passato chiamandomi M'am, mi avra' aperto la porta mentre uscivo dal McDonald. La sua faccia doveva sporgersi dal bancone di legno di Starbucks, non dalla copertina di Newsday, edizione locale. Sarebbe stato un summer job meno pericoloso quello di preparare il frappuccino, da Starbucks dove di guerra si parla, non si muore. Leggo che era partito con lo spirito di chi andava a combattere una battaglia in cui credeva, troppo giovane per morire. Aveva una madre, un padre sicuramente dei fratelli e un futuro comodo, prevedibile, fatto di piccoli e grandi sacrifici e di legittime aspirazioni. Mi sorrideva allora come sta facendo adesso, talmente giovane da essere inespressivo, abbastanza vecchio per la divisa e la guerra. Una guerra nella quale inciampi ogni momento in America una guerra che ha mille sfaccettature e che fra i suoi mille volti ha anche il suo, un volto di cui non si parla mai, simile a tanti qui, il volto rassicurante della giovinezza, il volto sereno di chi non si pone dubbi, il volto malinconico della languida provincia americana, che sembra assorbire ogni dolore, questa estate come cento altre, al suono della tosaerba in lontananza.