Notizie racconti osservazioni e notazioni dalla Capitale dell'Impero
chi sono
Nome: Maria Luisa Rossi Hawkins Sono una politologa, italiana per caso, giornalista per professione, scrittrice per passione gia' corrispondente da New York per una testata televisiva nazionale. And the best is yet to come.
Impietoso giornalismo, spazza via la notizia del momento con l’incalzare della successiva, un decalogo di urgenze che affoga il pubblico nella quotidiana declamazione di certi eventi raccontati a grandi linee e inghiottiti dall’incedere della cronaca—Certe notizie però diventano più pregnanti con il passare del tempo, entrano nella coscienza collettiva e fanno la nostra storia trasformando per sempre la nostra vita—La morte di Micheal Jackson è una di queste. Bambino prodigio, piccolo uomo sfruttato da sempre, ha trasformato il suo talento in un lavoro e la sua genialità in una professione remunerata come mai. Energia pura Micheal, ha cercato da sempre l’immortalità eliminando poco alla volta i suoi tratti somatici riconducibili ad una sola matrice, troppo limitata per il suo incontenibile essere. Il naso, gli occhi, la pelle, il peso, si è cancellato piano piano, nel lungo tempo della sua carriera e della sua crescita di essere umano. Mentre esplodeva di energia si spegneva, componeva uccidendosi, progettava consumandosi, prigioniero di un corpo che non sentiva suo. Michel Jackson ha dato, controverso e contestato ha rivoluzionato il modo di sentire la musica facendola anche vedere con i suoi video-leggendari. Ha fuso più stili creando una generazione di manager della musica che gli devono tutto. Micheal Jackson era indebitato perche’ spendeva, anzi si spendeva-- una parabola riconducibile ad ogni uomo che da al mondo forse di più di quanto il mondo sia capace di dare a lui.
Ho sempre pensato che battersi per una idea fosse il massimo privilegio concesso ad un essere umano. Proprio come lottare per una causa, conivolgersi per cambiare e donare la propria energia a qualcosa di piu' alto del banale bisogno primario di cui molte societa' avanzate sono pigre prigioniere--Ecco perche' guardo con passione a queste giornate calde nella capitale Iraniana. Ecco perche' scruto con rispetto la fatica e il sacrifiicio di sfidare l'autorita'. Ecco perche' sono orgogliosa di questa gente che urla e muore per un voto, portatore di un messaggio e simbolo di una idea. Ho visitato e lavorato in diversi paesi in cui il voto non contava niente paesi in cui la brama di cambiare non si sarebbe mai sposata al voto ma la coscienza civile era alta e la consepevolezza del torto subito gravava su regimi pesanti e crudeli. Regimi esecrabili che segnano la storia della gente ignorandone il volere--Gia' da allora mi sentivo fortunata e immeritevole di un privilegio grande, quello di mettere la scheda nell'urna, un privilegio che mi emoziona ogni volta.
Nel mio comune di residenza avevano votato 13 persone all'ora di pranzo. La piazza era gremita di famiglie con bambini, biciclette con gelati, pigre chiacchiere qualunquiste sul perche' tutto va male, una banale immagine domenicale di un giorno speciale, un giorno in cui si puo' votare. Eppure la gente ha scelto di rimanere seduta sulla panchina, a non fare nulla. Si perche' non far niente e' facile e ogni azione costa fatica, sopratutto quando si e' abituati a fare poco e pretendere molto. Con la mia scheda elettorarle in mano ho sfiorato il gomito di un mio coetaneo mentre attraversavo la piazza. Non vai a votare gli ho chiesto? Piu' tardi, con calma, mi ha risposto bisogna prenderla con filosofia Marialui'-- In quel momento mi si sono materializzati quei giovani in piazza, quelle donne arrabbiate, quella gente disposta a morire per il proprio voto, una popolazione coraggiose che non la prende ne con calma, ne con filosofia e ho spinto la scheda nell'urna vuota con rabbia pensando a loro.
L’ho rivisto immersa nel silenzio della notte atlantica, Gran Torino, schermo piccolo, sentimenti grandi, il finestrino dell’airbus aperto per catturare il tramonto che e’ forse un’ alba di un’ora che non esiste, mentre ti lasci dietro il nuovo mondo che e’ il mio mondo. Grande Clint di un film perfetto dove un uomo si uccide per salvare e per salvarsi ospite incompreso in casa sua ma gradito ai visitatori che sono ormai di casa. Affresco di una America che non ha paura di disvelare e che ama come una madre ama I suoi figli di cui conosce ogni debolezza—un film che ti rafforza e ti fa sorridere mentre piangi la giustezza di un eroe.
Voglio essere come lui voglio diventare come lui. Coraggioso insofferente profondo e commovente. Voglio essere scomoda ma rassicurante – voglio avere il potere di girare un film in trenta giorni, voglio avere il coraggio del silenzio, voglio saper comporre le musiche dei miei documentari voglio provarle con un amico e ingaggiare la Boston Symphony Orchestra per interpretarle, proprio come lui.
Clint. e’ il mio eroe da sempre, -- di lui mi piace tutto,-- cosi’ vicino alle umane sofferenze e lontano dal clamore modaiolo . Le sue scarne parole, il suo trafiggerti muto e il suo credere nella vita concedendosi di crescere ogni giorno. Non ha tempo Clint, vecchio e stanco , senza tempo proprio come a 10.000 metri quando la notte si confonde col giorno e il bene ha piu’ senso perche’ sei piu’ vicina al cielo.
Credo nella liberta’ di stampa. La condivido, la sostengo e quindi
non e’ il fatto che il Times o l’Economist facciano editoriali su Berlusconi che mi disturbi . Anzi. Non e’ neanche il tono delle loro critiche-- il solito sopraccio’ da primi della classe che non mi sorprende e a dire il vero mi fa sorridere. La tempistica? Nemmeno. G-8, elezioni, referendum, tutte coincidenze….. Quello che mi duole profondamente non arriva dall’Economist o dal Times, ma dagli italiani che come al solito scrutano fuori per guardarsi dentro. Siamo campanilisti ma esterofili. Dileggiamo gli altri ma ci pasciamo dei loro complimenti.
Non voglio entrare nel merito di quello che hanno scritto I giornali inglesi su Berlusconi. Non adesso comunque. Quello che trovo intollerabile e che nel nostro paese si cerchi la legittimazione dall’estero per dimostrare la validita’ delle proprie idée e convinzioni. Quindi si sbatte in prima pagina un editoriale per rafforzare il proprio punto di vista.
Questo succede solo da noi, in Italia. Mai un giornale Americano o inglese aprirebbe con la notizia di un editoriale su Obama o su Brown. Sarebbe considerato colore. Per noi invece e’ un onore.
Il nostro fallimento, come giornalisti sta in questo. Nel fatto di non avere accumulato la credibilita’ sufficiente nei confronti dei nostri lettori. Ci sentiamo quindi in dovere di innalzare le opionionio altrui a controprova di quanto diciamo o scriviamo. Abbiamo bisogno di aiuto, perche’ da soli non siamo in grado. La nostra sconfitta e’ questa, non e’ in Berlusconi, in Veronica, nelle veline o nel resto.
Berlusconi fa male a ingaggiare in un corpo a corpo contro la “sinistra mediatica”. Lo trovo sinceramente riduttivo di un problema ben piu’ grave che e’ il giornalismo all’italiana. Fatto piu’ di maggiordomi che di opionionisti, fatto piu' di gossip che di informazione-- un giornalismo subalterno e secondario per suo stesso volere. Un brutto male che ci rende inerti e spesso inutili.
Oggi celebriamo la festa della repubblica, anche qui a New York, la comunita’ italiana e’ invitata al Cipriani a celebrare un privilegio raro quanto immenso—quello della democrazia, che passa per I seggi elettorali attraverso le opionioni della gente che si formano in ogni piazza reale o mediatica fatta di giornali, blog, televisioni. Io credo nella democrazia e credo nella liberta’ di stampa. Di tutta la stampa, un mestiere ostico e sublime, difficile e molto scomodo. Non lasciamo solo agli altri l’onore di svolgerlo
Cesare Battisti ha minacciato il suicidio qualora tornasse in Italia. Puo' scegliere di morire ha detto. Certo lui puo' farlo--Seguo da tempo la vicenda di Cesare Battisti--credo che nessuno come i figli delle vittime di Cesare Battisti abbiano il diritto di guardarlo negli occhi.
Certo che l'ho visto. Non mi fa bene ma lo guardo, forse per farmi male. La solita arena dove l'italia si misura sempre piu' bassa e come al solito mostra il peggio di se. Un paese che si trasforma nella sua caricatura e che piano piano ha perso il senso di se. Dove la grammatica degli errori e' cosi' sconclusionata e i valori cosi' sovvertiti da non meritare neanche un commento. Da dove cominci se non ti intendi neanche sull'alfabeto.? E' allora che appunti tutto e cerchi una logica e l'unica salvezza e' la phenomenologia del grottesco. Quando un preside di una scuola commenta ridacchiando sulle forme di una sia allieva e ( una altra preside credo) auspica che tutti abbiano un protettore che gli aiuti, ( e non credo si riferisse a S. Gennaro) quando una ragazza con i capelli phonati entra in una scuola infestata di graffiti, troppo brutta per trasmettere nulla di buono, quando mancano argomentazioni e volano insulti quando la logica della compromissione personale e' l'unica a guidare il dibattito, quando femministe dichiarate spacciano la modernita' per tradimento ideologico, quando avvocati ricorrono al "Ma dai dai.." per difendere i propri assisti, quando le verita' vengono riportate parzialmente quando l'affondo e' sciatto e plateale quando si cerca lo spettacolo e non la verita' non c'e da guardare, non c'e' da sorridere c'e solo da spegnere la tv ed aprire il dizionario. Bisogna ricominciare con lo spiegare che non si puo' fare tutto nella vita, nella poltica, nell'informazione, nella televisione. Bisogna spiegare che per ripararsi dal grottesco la grammatica del costume e della buona creanza ci puo' salvare. Basta leggere, basta voler leggere, se ancora si leggere. Io lo so che le grammatica esiste ancora, lo so che si studia e che e' ha disposizione. La vedo quando torno a casa, In Italia. in quella Italia che si punisce e che vuole mostrarsi cosi' come non e'
Le note della chitarra trasmettono alle gambe il passo che tu non sai dargli e i primi passi sono pesanti. Scolpiscono il percorso lacerato dalle pozzanchere e saturo di pioggia. Le eviti appena saltellando in uno slalom impacciato mentre il vento ti sospinge disordinatamente verso il primo traguardo. Poi la sua musica si scioglie fra i tuoi pensieri e la falcata si allunga alla ricerca del ritmo che ti portera’ fino in fondo. Sono gli interminabili minuti di una corsa che comincia a fatica mentre il cielo di Manhattan si scopre generoso e ti lascia intravedere la certezza di un altro giorno. I gabbiani sorvolano l’acqua e il passo si rilassa. Solo allora ti levi leggera mentre le gambe si rincorrono e procedono all’unisono con quella voce inconfondibile nelle orecchie di cui conosci ogni roca incertezza . Rincorri l’ultima luce mentre i lampioni si accendono uno dopo l’altro e le ombre si abbattono sulla strada. Dietro gli alberi, i palazzi si illuminano incorniciando il buio di una citta’ che non e’ mai pronta per la notte. L’aria e’ di colpo piu’ fredda, ti trapassa la pelle e asciuga il sudore di quelle quattro miglia che finisono subito, ancora prima di cominciare.